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Recensione: Andersen 2014. Fiabe che non sono favole. Regia di Emanuela Ponzano

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marzo 20, 2014 di mariacuonocommunication

locandina-lungaTutti conoscono le fiabe di Hans Christian Andersen. La piccola fiammiferaia, il brutto anatroccolo, il soldatino di piombo (ops, pardon, di stagno), scarpette rosse e tante altre fanno parte a pieno titolo dell’immaginario di ognuno. Un immaginario di cui a volte ci si dimentica ma che sta sempre lì, sepolto da qualche parte con tutta la sua valenza simbolica e (perché no?) psicologica.

In questa operazione, davvero di grande interesse, Emanuela Ponzano rielabora, rivisita e riscrive i personaggi di Andersen adattandoli alla nostra realtà contemporanea. Così i vari protagonisti di fiabe allo stesso tempo poetiche e crudeli diventano lo specchio della nostra società, della nostra Italia. Così la sirenetta diventa un bellissimo giovane africano che sbarca a Lampedusa, il soldatino di piombo è un militare impegnato in Afghanistan e la piccola protagonista di scarpette rosse è una ragazza sedotta dai miti della televisione. E’ lo stesso Andersen a introdurre e concludere questo ciclo di storie che sembrano favole ma parlano di noi, di quello che siamo, con quella deformazione che arriva all’essenza delle cose caratteristica di ogni discorso artistico.

Rispetto alla versione portata in scena nel 2011, Andersen 2014 presenta alcune differenze. La prima, visibile, riguarda la composizione attoriale (ritroviamo solo la regista Emanuela Ponzano e Alioscia Viccaro). Al posto di Fabio Sartor, che aveva dato un’impronta molto forte al personaggio di Andersen dell’edizione precedente, troviamo Giacinto Palmarini, che con la sua età più giovane conferisce al personaggio-scrittore un atteggiamento più tagliente, rabbioso, e per certi versi più amaro, di chi vede il male del mondo e vuole almeno provare a contrastarlo con la propria arte. Anche il testo segue questo sentiero, dimostrandosi più tagliente e cinico nella sua satira, per metà politica e per metà sociale.

Sarebbe stato facile adagiarsi su un’impostazione basata sulla narrazione. Facile e deleterio. Fortunatamente regista e interpreti non si sono accontentati di questo ma hanno fatto il passo successivo, mettendosi in gioco completamente, prestando ai propri personaggi la propria fisicità, anche trasformata e deformata. La sezione dedicata ai vestiti nuovi dell’imperatore (fin troppo evidentemente legata alla realtà di oggi), raggiunge una potenza e un impatto che raramente capita di vedere a teatro. Uno spettacolo dunque critico verso il nostro paese, ma pur sempre velato da una speranza sottile: che ci sia un giorno una rivincita per gli eterni brutti anatroccoli che tanto devono sopportare.

Mauro Corso – TeatroTeatro.it

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